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L'HOMME LIBER: essere Popolo! | Il Giardino Energetico
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L’HOMME LIBER: essere Popolo!

L’HOMME LIBER: essere Popolo!

L’HOMME LIBER: il simbolo dell’Uomo Libero

 

Riordinando la grande quantità di oggetti che affollano quotidianamente la mia auto, ho ritrovato questa borsa, in pelle di capra con inserito il simbolo dell’Uomo Libero, che mi costruì un artista berbero in Marocco.

Il simbolo , in lingua Tamazigh e caratteri “Tifinagh”,rappresenta la lettera Z e, curiosamente, al singolare significa Uomo Libero ( Amazigh)

e al plurale indica i Berberi ( Amazighen. 

 

E’ un simbolo di grande valenza, adottato da tutti i popoli africani che hanno combattuto per la loro Patria e per esprimere il concetto di “essere Popolo”.

Questo ritrovamento mi ha portato a pensare alle date ricorrenti in questo periodo, date importanti, come gli 80 anni dall’entrata in vigore delle Leggi Razziali o il 73° anniversario dalla Liberazione e verso la fine della seconda guerra mondiale.

Anche in questo caso, una nazione si è sollevata e organizzata per cacciare un terribile invasore e per riconquistare la propria indipendenza e libertà.

Anche in questo caso ci furono simboli importanti ad identificare quei combattenti, soprattutto legati all’appartenenza politica o al tricolore.

Ma nessuno venne universalmente riconosciuto quanto l’Homme Liber ed io credo che il motivo principale sia che

noi non siamo (ancora) un Popolo!         

 

E gli episodi delle cronache quotidiane lo confermano:

la normalità dell’indifferenza, la supina accettazione delle imposizioni, l’ignavia, la mancanza di volontà che paralizza la gente all’interno della propria, piccola, posizione di confort, mettono in evidenza come tutte le genti che compongono la popolazione della nazione italiana siano un aggregato forzoso (….mannaggia a Garibaldi…) che non ha legami di appartenenza, cioè non è un popolo.

Come è possibile che un Popolo accetti di essere governato da una casta di pochi potenti e dica di essere in democrazia.

Come è possibile ritenersi Popolo quando il nucleo portante del sistema educativo, la famiglia ( non intesa in senso clericale ma sociale e antropologico), non è in grado di sostenere le basi educative dei propri figli, abdicando da ogni compito che non sia quello di seguire pedissequamente gli “ordini” della televisione e dei social media, delegando alla scuola tutta l’educazione civica e sociale.

E la scuola? Un’istituzione vecchia fin dalle materne (dove gli insegnanti chiedono di essere inseriti tra i lavori usuranti invece di combattere per attivare reali riforme che rendano il lavoro gratificante invece che usurante…), fuori dal contesto di sviluppo sociale che le compete; anche questo a causa della delega, dell’accettazione passiva di situazioni esistenti senza porsi mai il quesito “ma non è possibile cambiare per star meglio tutti?”, pensando invece “quanto ci rimetto personalmente?”.

 

Ancora più evidenti sono queste contradizioni nel mondo del lavoro.

“C’è la crisi, c’è la crisi, c’è la crisi, ci dicono ogni giorno. Ci dicono che per uscire dalla crisi dobbiamo tornare ad essere competitivi, essere più rapidi, più produttivi, perennemente connessi. Pochi dicono, però, che la crisi è, al pari di una malattia, un campanello d’allarme, che dovrebbe spronare ciascuno di noi a fermarsi, a mettersi in discussione, a cambiare abitudini e stili di vita. Abbiamo la febbre perché abbiamo corso troppo, esposti al vento, al gelo, e per guarire ci dicono di correre ancora di più, senza cambiarci la maglietta, o a petto nudo, entrare nella bufera. Eppure le nostre madri ci hanno sempre detto di coprirci, dopo una corsa. Le nostre madri avevano ragione, o no?

Noi pensiamo che non sia più il tempo delle corse. Dobbiamo rallentare, fermarci, toglierci la maglietta madida di sudore, asciugarci, indossare una maglia, una giacca, sederci su una panchina, godere del riposo, riflettere, fare spazio affinché altri vi si possano sedere.

Più sarete, più saremo pericolosi.”

(Luigi Nacci Direttore artistico del Festival della Viandanza)

Come ci si può considerare “Popolo” quando viene normalmente accettato il lavoro nero o sottopagato, quando non esiste un salario di sopravvivenza per i periodi difficili, una pensione minima dignitosa, un miglioramento della posizione lavorativa grazie alle proprie capacità e impegno personale e non grazie ad automatismi.

Accettare questa situazione senza intervenire, senza partecipazione diretta significa essere complici.

Accettare un sistema fiscale iniquo, che favorisce solo le grandi attività e distrugge le piccole significa essere complici.

Accettare un sistema di welfare sostenuto dal volontariato invece che dallo stato centrale, un sistema sanitario che costa quasi come quello privato ma è molto più inefficiente, significa essere complici.

E un popolo non può essere complice dei propri carnefici!

Essere Popolo vuol dire partecipare direttamente al benessere di tutti; vuol dire essere disposti a lottare, a rimetterci, a mettersi in gioco, a condividere con gli altri.

Un esempio mi è venuto ascoltando un concerto della banda musicale: il “popolo” della banda funziona solo se:

  • tutti partecipano direttamente (suonano)
  • i migliori rinunciano alle loro individualità ( solisti) a favore del bene comune (armonia)
  • ognuno da il meglio per quello che può
  • e lo fa quando deve, al momento giusto
  • il direttore non ha uno strumento ma fa suonare tutti, cioè non è imposto ma si guadagna il posto perché è bravo in quel ruolo
  • al rigore dello spartito (regole) si abbina la genialità dell’esecuzione (applicazione intelligente delle regole)

                                                       Solo così potremo insegnare ai nostri figli cos’è un Popolo e, allora, sarà tutta un’altra musica!

 

 

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